Ovvero: le tre cose che muovono il mondo!

Come ebbe infatti a dire Rudyard Kipling in tempi non sospetti: "Tre sono le cose che muovono il mondo: Donne, Cavalli e Guerra" il che, tradotto in termini moderni vuol dire: Donne, Motori e Armi da fuoco!

WELCOME TO THE MAYEM!

domenica 29 aprile 2012

Una protagonista assoluta del genere exploitation



Come promesso, comincio oggi la mia carrellata alla scoperta dei vari sottogeneri del fenomeno exploitation attraverso l'esposizione dei capostipiti del genere, siano essi film, libri, autori, registi o – come in questo caso – protagonisti o meglio protagoniste, nello specifico una delle più note starlette del periodo primi anni '70/primi anni '80: Sirpa Lane.

Nata ad Helsinki nel 1955, già nota sulle passerelle come modella, viene notata nei primi anni '70 dal regista Roger Vadim che la vuole nel suo film Una vita bruciata (La jeune fille assassinée ©1974) come protagonista; a questa prima prova, segue quello che – presso il grande pubblico – è considerato il suo film più famoso: La Bestia (La bête ©1975) per la regia del controverso regista polacco Walérian Borowczyk.

Purtroppo questo filmone sancisce, in un certo modo, una carriera a senso unico per la 20enne Sirpa: la scena madre del film – nella quale il personaggio interpretato dalla nostra eroina si fa montare dalla bestia eponima fino a sfiancarla e a farla letteralmente schiattare per... eccessiva attività sessuale – le resterà attaccata addosso come una specie di marchio di fabbrica.

In effetti, Sirpa non sembra proprio avere problemi a porsi davanti alla macchina da presa come mamma l'ha fatta e sembra assorbire bene anche le scene più turpi come quella dello stupro in La Svastica nel ventre ©1977, primo film girato in Italia di una lunga serie, per la regia di Mario Caiano, uno dei film più famosi in assoluto del genere nazisploitation che in quegli anni sta spopolando in Italia e nel mondo dopo l'enorme successo del famigerato Ilsa, She-Wolf of the SS (Ilsa la belva delle SS) uscito pochi anni prima, tanto da assurgere ben presto allo status di Kult Movie al di là dello Stagno Atlantico, dove il film è ben presto assimilato con il titolo di Nazi Love Camp 27 con il quale è universalmente riconosciuto in tutto il resto del mondo.

Rispetto al capostipite americano, questo film si distingue per l'incremento di scene più hard-core (ivi compresa la famosa scena dello stupro di cui sopra) rispetto a quelle più sadiche e fisicamente violente di Ilsa, pur mantenendo una buona dose di violenza in alcune situazioni.

Per altro è da notare come soprattutto la prima parte del film si rifaccia spudoratamente a La Casa delle Bambole (1955) il famoso (o famigerato) libro di Ka-Tzetnik 135633 vero nome dello scrittore israeliano d'origine polacca (e sopravvissuto di Auschwitz) Yehiel De-Nur.

Ora, tralasciando il fatto se questo libro sia o no da ritenere – come affermato più volte dall'autore – la biografia romanzata della presunta sorella adolescente di De-Nur (che sarebbe quindi morta in un Lager gestito dalla famigerata Divisione della Gioia delle SS) piuttosto che il primo, vero esempio letterario di nazi/sexploitation della storia, bisogna ammettere che regna incontrastato per la prima metà del film con un paio di notevoli eccezioni rispetto a quanto raccontato nel libro (come p.es. la cerimonia del tatuaggio con la marchiatura in piena vista, sul petto di Feld Hure* ovvero il personaggio della capo-supervisore del campo, che da prominenten criminale ospite essa stessa del campo, sfregiata, brutale e sessuomane diventa una regolare ausfeherin delle SS con tendenze lesbiche oppure al fatto che il campo della gioia sia diretto da un ufficiale delle SS invece che da una overausfeherin delle SS), forse proprio per evitare un'accusa di plagio e/o di dover versare bei soldi in diritti d'autore per lo sfruttamento del testo.

Ci sono infatti la selezione e le umilianti visite mediche delle “aspiranti prostitute” selezionate tra le ragazze ebree appena giunte al campo, la sadica (e lesbica) Ausfeherin delle SS responsabile in qualità di maitresse delle ragazze del campo e il preciso regolamento che scandisce la vita e la morte delle povere disgraziate, dai rapporti per le prestazioni inadeguate delle puttane a quella che nel libro viene chiamata la Cerimonia della Purga dei Peccati durante la quale le “colpevoli” per aver “peccato” tre volte (in pratica le poverette che hanno avuto 3 rapporti sfavorevoli), vengono selvaggiamente soppresse a bastonate dalle kapò davanti al comandante del campo e ai suoi scherani.

Anche in questo caso, la scena è piuttosto simile a quelle riportate nel libro, con le notevoli eccezioni che le punizioni non avvengono in pubblico ma a porte chiuse, solo davanti alla platea delle forzate/prostitute e che l'esecuzione non è collettiva – come nel romanzo – ma svolta singolarmente, una povera disgraziata alla volta, ma tant'è, questo basta e avanza per capire perfettamente dove sono andati a pescare gli sceneggiatori, specie per chi (come il sottoscritto) ha letto il libro: la cosa è assolutamente palese e riconoscibile, sin nel lessico utilizzato dai vari personaggi.

Da qui in poi, per la bella Sirpa, come dicevo prima, la strada procede per la discesa, vento in poppa e niente freni: al film di Caiano seguiranno, l'anno seguente, ben due film: la commedia sexy Malabestia per la regia di Leonida Leoncini e il ben più famoso Papaya dei Caraibi – film del genere cannibal horror – del maestro Joe D'Amato.
Da quest'ultimo exploit passeranno quasi tre anni prima che a Sirpa sia offerto un nuovo ruolo da protagonista ne La bestia nello spazio (©1981) italianissimo sci-fi/sexploitation movie per la regia di Alfonso Brescia, dove ancora una volta sono le... prodezze atletiche della nostra eroina a tenere banco, in un virtuale remake della scena clou del precedente La Bestia.

A questo filmone con l'attorone seguiranno altri “capolavori” di genere in rapida successione, tutte – con l'eccezione di Trois filles dans le vent (1981) – produzioni made in Italy fino ad arrivare alla badilata finale sulla fossa... ahem... carriera della ex-modella finnica con Giochi Carnali ©1983 per la regia di Andrea Bianchi, che mi si dice (sinceramente non ho avuto modo di vederlo, quindi mi fido sulla parola) sconfini pesantemente nell'hard-core più spinto.

A questo punto, Sirpa Lane (al secolo Sirpa Salo) scompare letteralmente nel nulla; di lei si perdono le tracce fino al 1999 quando a ben 16 anni di distanza dall'ultima volta che ha calcato un set cinematografico, i giornali danno notizia della sua morte – avvenuta a 44 anni d'età per AIDS – sull'isola spagnola di Formentera.

Personalmente, pur non essendo un fan sfegatato della biondina scandinava – secondo me tra la fine degli anni '70 ed i primi anni '80 ce n'era di... materiale umano migliore in giro – ammetto di esser rimasto particolarmente colpito dalla sua fine prematura e dallo spietato trattamento che Sirpa ha ricevuto dal mondo del cinema, specie considerando gli sforzi profusi... anima e corpo nel campo – sottovalutato eppure importantissimo per i bilanci – del cinema di genere, vittima, forse, proprio di quel suo sapersi muovere senza troppi patemi d'animo anche nelle scene più scabrose; invece di valorizzare questa sua qualità, è stata semplicemente dimenticata non appena ha varcato la fatidica soglia dei 25 anni, manco fosse stata un quarto di vitella, che è considerata buona solo fintanto che è tenera e fresca.

Badate che non sto scherzando: trovare un'attrice che si presti non solo a girare nuda per buona parte di un film ma soprattutto di... prendere di petto scene a base di stupri, amplessi, S&M, torture e quant'altro restando – nonostante tutto – abbastanza credibile non è proprio una cosa di tutti i giorni, specie al di fuori dal circuito strettamente legato al mondo del porno, dove della recitazione non gliene frega niente a nessuno, basta che la sciacquetta di turno sappia farsi... impalare ben bene senza rompere troppo i marroni!

* lett. "Puttana da Campo" simpatico nomignolo che, secondo Ka-Tzetnik, sarebbe stato... impresso a tutte quelle giovani ebree disgraziate destinate a sollazzare i militi tedeschi in partenza per il Fronte Orientale.

sabato 28 aprile 2012

Ma ditemi voi se è possibile?...


Argomento assolutamente cinematografico quello di oggi, un modo come un altro per riaprire i battenti dopo una lunga assenza da queste pagine.
E visto chi sono e il tipo di argomenti che di solito tratto, di quale genere potrei interessarmi se non di quello noto come exploitation?



Questa parola – che in inglese vuol dire semplicemente sfruttamento – preceduta generalmente da un'altra parola che – contratta – ne connota la specificità di genere (p.es. sexsploitation, blacksploitation, nazisploitation etc.) è stata usata sin dagli anni '60 del secolo scorso per indicare quel tipo di cinematografia (e non solo...) che fa un uso intensivo di stilemi e cliché già presenti nella mentalità corrente per attirare il pubblico nelle sale.

Se è vero – come è vero – che tira più un pelo di fica che un treno di buoi, questo è ancor più vero quando si parla di letteratura e cinematografia, da sempre mezzi privilegiati di evasione, specie quando si affrontano argomenti spinosi, scabrosi e comunque porcelli, che titillano la fantasia o l'ego dello spettatore (quasi sempre maschio, anche se ad onor del vero è sempre esistito un nutrito seguito di aficionados anche tra le esponenti del gentil sesso) introducendo situazioni spesso al limite del pornografico (quando non decisamente hard core) per soddisfare quel pizzico di voyeurismo che – latente e nascosto finché si vuole – è presente in ciascuno di noi.

Ora quello di cui volevo parlare stasera non è tanto del genere in sé o delle sue origini quanto sul mistero inspiegabile per cui la stragrande maggioranza di queste produzioni a 20, 30 o addirittura 40 anni di distanza dalla loro pubblicazione, sono assurti al ruolo di kult quando, al tempo della loro uscita nelle sale, sono stati spesso tacciati di pornografia, offesa al pudore o vilipendio alla morale o (dio ce ne scampi!) alla religione e per questo massacrati dalla censura, quando non sono stati letteralmente messi all'indice e banditi dalle sale e dalle librerie; ora sono divenuti praticamente delle vere e proprie leggende metropolitane perché, tutti, bene o male, ne parlano o ne hanno parlato ma di solito non si trova un cristiano che sia uno che ne abbia visto/letto uno per intero...

Dico ciò perché, in rarissimi e sporadici casi, qualcuna di queste pellicole ha avuto anche l'onore di ottenere un passaggio televisivo, il più delle volte su canali secondari ovvero in tarda, tardissima serata ma tutti, invariabilmente, massacrati ed epurati proprio di quelle scene più... exploitation che nonostante tutto davano loro un minimo di significato.

Ora, per quanto mi riguarda, trovo la censura – qualunque censura – un vero e proprio crimine contro la libertà d'espressione; molto più prosaicamente, se penso che una cosa possa darmi fastidio o essere inappropriata, semplicemente non la guardo!

È per questo che esistono i telecomandi: per cambiare canale e vedere qualcos'altro.
Pensare che ci sia qualcuno che pensa al posto mio e che decide arbitrariamente cosa devo vedere o sentire, soprattutto se si nasconde dietro la maschera della difesa della morale trovo che sia veramente scandaloso... e censurabile, questo si.

Ciascuno di noi ha un cervello ed è dotato di libero arbitrio, è quindi dotato di tutti i mezzi per poter scegliere cosa vuole fare, dove, come e quando vuole farlo e fintanto che non urta i sentimenti altrui, non lede l'altrui diritto o libertà o non viola qualche legge è a mio modo liberissimo di fare il cavolo che gli pare, senza balie calate dall'alto a custodire la sua moralità.
Moralità che, tra l'altro, è assai lata, cangiante e variabile da luogo a luogo, da persona a persona e da cultura a cultura.

Mi piacerebbe sapere se ad una qualunque persona sana di mente passerebbe mai per l'anticamera del cervello di interferire negli usi e costumi – per esempio – dei Boscimani del Kalahari piuttosto che degli Indios del Paranà; allora qualcuno mi spieghi – possibilmente in maniera logica ed ineccepibile – perché dovrei tollerare che qualcun altro si arroghi il diritto di decidere in mia vece cosa è giusto o sbagliato per me.



Per quanto mi riguarda, ognuno di noi è liberissimo d'impiccarsi con le proprie mani come e dove meglio gli aggrada; unica condicio sine qua non, se le cose gli dovessero poi andare di merda, non deve rompere i coglioni al prossimo: il funerale è il tuo, muori felice, l'hai voluto tu!

Scusate l'excursus, torniamo a bomba: dunque dicevo che non comprendo come mai tante opere letterarie e/o cinematografiche (soprattutto queste ultime ma anche tra le prime i casi non mancano) che sono considerate – a torto o a ragione – dei veri e propri feticci, di fatto latitino dalle nostre biblioteche, cineteche, TV e videoteche... perché non se ne riesce a trovare nemmeno una copia manco a cercarla col lanternino ovvero a pagarla oro?

Eppure – e qui casca l'asino – dovete sapere che oltre l'80% di queste produzioni (parliamo in questo caso di cinema) sono italianissime, girate da registi italiani, con attori italiani (o stranieri naturalizzati, visto che la loro carriera l'hanno praticamente percorsa tutta nel Belpaese) e da/con maestranze italiane, magari proprio nei teatri di posa della italianissima Cinecittà.

Perché proprio il paese che ha dato i natali a quelli che sono considerati i capolavori del genere è proprio quello in cui questi film sono meno visibili e/o apprezzati?

Che poi, dire che non sono apprezzati è una vera cazzata, perché ci sono legioni di cultisti del genere anche qui da noi, eppure la stragrande maggioranza delle copie che girano in Italia (per non parlare di quanto si trova sul web, principalmente tramite file-sharing) sono in lingua straniera ovvero piratate da edizioni pubblicate nei paesi più strani del mondo (ivi compresi Russia, Giappone, Stati Uniti e buona parte dell'Europa centro-occidentale e/o settentrionale) ma non c'è verso di trovarne una nella lingua di Dante.

O meglio, qualche volta il verso c'è, perché in molti paesi, specie del nord Europa, dove non è pratica comune doppiare i film stranieri, l'opera viene magari proposta in lingua originale sottotitolata poi in danese, olandese, ugro-finnico o quel che è.
Anche qui, però, insorge un grosso problema, perché molto spesso le uniche copie integrali del film sono quelle custodite nelle cineteche di altri paesi, magari nella loro versione doppiata (il più delle volte, in lingua inglese) per cui può capitare di trovare il film che state cercando con tanto accanimento... in inglese sottotitolato in ceco!

Il che vuol dire, il più delle volte, vedere un film doppiato da cani in una lingua che non è la sua e sottotitolato in una lingua incomprensibile magari con sottotitoli fissi che oltretutto deturpano l'immagine.
In pratica, l'unica cosa che resta del film, sempre che il master originale del film non sia stato... epurato (cosa che succedeva spesso e volentieri anche nei paesi anglosassoni, USA in testa) dei suoi contenuti più... scabrosi, sono solo le scene più porcelle, scene che in realtà hanno un senso solo quando sono contestualizzate all'interno del film, perché – diciamocelo francamente – se uno decide di vedere un film di genere come questi solo per le grazie di questa o quell'attricetta, a mio parere fa molto prima (e meglio) a noleggiarsi un film porno tout court che da quel punto di vista da molta più soddisfazione senza avere chissà quali pretese.

Ad onore del vero, qualcosa si sta muovendo anche qui da noi ma mi rendo conto che lo spazio è tiranno e che c'è ancora parecchio da dire, quindi rimando volentieri il tutto alle prossime occasioni.

martedì 17 gennaio 2012

E per fortuna che è un diritto acquisito...

non so più davvero da che parte girarmi o a che santo votarmi... soprattutto mi girano i coglioni così tanto e così forte che sono ormai in zona rossa sul contagiri semi-permanentemente.

Ma è possibile mai che in questo cazzo di Paese non si riesca mai ad avere non dico soddisfazione ma almeno quello che ci spetta per legge?
Hanno un bel berciare i vari sindacalisti del Belpaese (si, bbòni pure quelli...) che i diritti acquisiti non si toccano; OK, siamo d'accordo ma a questo punto vorrei sapere per chi vale questa alzata di scudi, perché per quanto mi riguarda, i miei diritti, acquisiti e non, vengono regolarmente calpestati.

Solo che, in questo caso, qui stiamo parlando ormai di mera sopravvivenza perché senza l'erogazione di questo diritto maturato io MmdF* (letteralmente) visto che sono ormai mesi che campo d'aria e belle speranze, senza un centesimo in tasca.

Alla faccia della sacralità delle prestazioni dell'INPS infatti sono più di due mesi che ho fatto domanda per avere il famigerato sussidio di disoccupazione, diritto che, dopo anni e anni di pseudo contratti a progetto e altri lavori a termine (molto, molto a termine) ho finalmente maturato in pieno, in quanto ex-dipendente della Pubblica Amministrazione.

E invece... invece niente, nulla, nada! Ho fatto un mazzo tanto così tra uffici e circoscrizioni, ho presentato tutta la documentazione richiesta e anche di più, ho fatto perfino domanda per via telematica così di fatto l'istruzione della pratica me la sono fatta da solo... e sono ancora qui ad aspettare di veder scendere nelle mie magre ed affamate saccocce l'ombra di un centesimo, manco fosse la manna dal cielo.

Immaginate che splendido Santo Natale ho potuto passare, non vi dico per l'anno nuovo quanti e quali festeggiamenti... sono stato alzato fino all'alba... si, a sbattere la testa al muro e a morimme de pizzichi!

Ma la cosa che più mi urta il sistema nervoso è il vero e proprio muro di gomma di cui si sono dotati questi bastardi: il loro fottutissimo call center, il cui unico scopo sembra essere solo quello di farti perdere tempo, attaccato al telefono nella speranza che qualcuno risponda, beccarti nelle orecchie gli innumerevoli scatti dell'apparecchio che viene richiuso brutalmente dall'altra parte ovvero, quando hai davvero culo, parlare finalmente con qualcuno e sentirti dire due di queste frasi standard: “mi spiace ma al momento non si vede ancora la sua posizione” oppure “mi spiace ma è tutto il giorno che abbiamo i terminali bloccati e non possiamo verificare alcuna posizione...”

ma che davvero davvero!? Ma ci hanno presi tutti per un branco di coglioni!?

Di solito, nonostante la mia naturale bellicosità, sono piuttosto urbano ma vi assicuro che questi emeriti pezzi di materia organica anfibia** ce la stanno mettendo tutta per farmi uscire dai gangheri... oggi ho tentato l'ultima via, l'invettiva scritta e recapitata per via telematica... ho già avuto accusa della ricevuta e relativo protocollo; ora non mi resta che vedere se almeno agli insulti rispondono, dopodiché non mi restano che due soluzioni: adire le vie legali (e dare così anche i soldi – che non ho – all'avvocato) oppure cominciare a fare il bombarolo come stanno facendo i soliti ignoti nei confronti delle sedi Equitalia sparse per la penisola.

Forse non otterrò la sospirata prestazione ma volete mettere la soddisfazione di vedere la sede di via ***** schizzare in orbita come una Soyuz!?


* Me moro de Fame
** altresì comunemente detta merda

lunedì 12 dicembre 2011

Chi ha stuprato chi? Ovvero quando è qualcun altro che se la prende nel...







Procurato allarme, simulazione di reato, calunnia, falsa testimonianza, istigazione a delinquere e all'odio razziale.

Queste sono le accuse che dovrebbero (purtroppo in questo Paese il condizionale è d'obbligo) essere rivolte alla 16enne di Torino, quella brava ragazza che – dopo aver fatto il pancotto con il suo ragazzo (un altro bel fenomeno che a cose fatte ha pensato evidentemente bene di eclissarsi lasciando la sua bella in mutande e sanguinante in mezzo alla strada) ha pensato bene di inscenare una bella sceneggiata ad uso e consumo del fratello – che l'ha pizzicata passando di là casualmente subito dopo il fatto – accusando i soliti noti (leggi: gli zingari della zona) di averla stuprata.

Panico, rabbia e odio atavico evidentemente a lungo represso hanno così avuto libero sfogo, una violenza collettiva, un vero e proprio pogrom scatenato contro il vicino campo nomadi, raso al suolo e dato alle fiamme... e ringraziamo Dio che non c'è scappato il morto!

Risultato: la mocciosa di lingua svelta e facili costumi s'è pentita pubblicamente – nel senso che ha rivelato la verità davanti ai giornalisti convenuti a frotte per l'evento – dicendosi pronta ad affrontare le conseguenze del suo insano gesto.

Una buona notizia?

No, manco per il cazzo, perché la prima cosa che avrebbe dovuto fare – se fosse stata davvero pentita – sarebbe stata quella di presentarsi alla Polizia o ai Carabinieri e consegnarsi alle autorità per tutti i reati che ha commesso e che a causa sua sono stati commessi da altri, invece di farsi un altro po' di pubblicità sui giornali ed in TV.

E purtroppo questo non è il primo caso di cui si ha notizia, di queste brave figliole che pensano bene di rimediare alle loro intemperanze sessuali accusando il malcapitato (o i malcapitati) di turno e dal momento che in questo civilissimo e cattolicissimo Paese i reati a sfondo sessuale provocano sempre, immancabilmente e senza starci troppo a pensare, l'indignazione generale verso il (presunto) colpevole, che normalmente si sfoga immediatamente – bene che vada – con l'arresto immediato e la carcerazione preventiva. Salvo poi scoprire – qualche giorno o qualche settimana dopo – che la vera vittima è quella che stanno seviziando in caserma o in carcere; perché se non lo sapeste, chi viene gettato al gabbio con l'accusa di abusi/violenza sessuale – peggio ancora se su ragazze minorenni o bambini – campa in genere poco e male in galera.

Ma la vera chicca, che ho letto pochi minuti fa, è che i genitori della brava ragazza pentita, in attesa che la (in)giustizia italica si degni di muoversi e fare il suo corso, hanno deciso di allontanare momentaneamente l'incauta figliola per sottrarla – poverina – alla gogna in quel di Torino, fino a che non si siano calmate le acque, spedendola qui nella Capitale, presso parenti.

Certo che ci mancava un altro campione di... modestia d'importazione, come se non ne avessimo già abbastanza di quelli nostrani.

E ci sono ancora i soliti professoroni che si domandano come mai i maschi italici, specie quelli più giovani, sembrino avere ormai il sacro terrore di avere rapporti con le loro controparti femminili: coi tempi che corrono ed i sempre più numerosi esempi – simili a questo – che ci vengono propinati dai media, ci vuole davvero un bel coraggio per tentare un qualsiasi tipo di approccio con il gentil sesso... chi ti dice infatti che – a cose fatte – la tua lei non abbia un ripensamento repentino e non decida di considerare che quello che avete appena fatto in due sia stato invece un vile atto di circonvenzione?

Circonvenzione si... ma di incapace!


mercoledì 7 dicembre 2011

Alla faccia del risparmio...


Ebbene si, anch'io periodicamente sento la necessità di rinnovare la mia persona o il mio ambiente, un soffio di novità, tanto per alzarmi la mattina, guardarmi un po' in giro e poter affermare con una certa sicurezza che la vita va ancora avanti e fortunatamente continua ad evolversi.

E una volta che si è deciso di dare una bella svecchiata all'antro della Tigre cosa c'è di meglio che eliminare qualche grosso, vecchio mobile, sostituendolo magari con un equivalente più leggero, incospicuo e moderno?

Per dirla tutta, non ero particolarmente ansioso di buttare all'aria il mio povero tukul ma in effetti la situazione abitativa è andata decisamente peggiorando negli ultimi tempi; soprattutto non ne potevo più di farmi fracassare le gonadi dalla mia augusta genitrice ogni qualvolta c'è da mettere mano al condizionatore che – per ragioni meramente logistiche – incombe sulla mia postazione come la leggendaria Spada di Damocle e che in effetti mi costringe ad ardue manovre acrobatiche in alta quota ogni volta che occorre smontare e rimontare i filtri dell'ordigno refrigeratore... il problema nasce proprio dal... ponderoso (in tutti i sensi: massa e ingombro) catafalco che qualche designer della IKEA ha pensato bene di classificare come scrivania porta-computer e che ho acquistato parecchi anni fa – all'alba della mia alfabetizzazione informatica – quando dismisi la vecchia, classica, scrivania, assolutamente inadatta a sostenere i pesi e gli ingombri dei monitor CRT e dei cabinet per PC che andavano allora.

Come ho accennato, comprai quest'ordigno mastodontico proprio alla IKEA la famigerata multinazionale dell'arredamento svedese, quando qui a Roma esisteva il solo punto vendita di via Anagnina ed ogni visita erano letteralmente un viaggio e un'avventura.


In quell'occasione ebbi modo di scontrarmi per la prima volta con la più grossa incongruenza del sistema IKEA, quella che fa si che uno possa acquistare per somme tutto sommato modeste roba anche di una certa qualità e/o consistenza (tanto per dirne una, per strani che possano apparire, io adoro i casalinghi dell'IKEA: sono solidi, robusti, perfettamente fruibili e soprattutto economici) per poi imbattersi nello scoglio del trasporto a domicilio che risulta a conti fatti essere tra i più cari in assoluto di tutto il mercato italiano...
il problema sorge dal fatto che quello che – visto nell'area espositiva – sembra essere un innocuo mobiletto, il più delle volte si rivela essere composto da uno o più kit di montaggio pesanti una madonna e ingombranti come G.C con tutta la croce!

In quell'occasione, quando uscii finalmente dalle casse, dopo un pomeriggio intero di tribolazioni per scegliere l'arredamento di quello che sarebbe divenuto l'antro della belva, mi resi conto di avere tra le mani 4 voluminosi scatoloni pesanti un'iradiddio (tanto per farvi un'idea, il solo ripiano aggiuntivo con le sue prolunghe in lega d'acciaio pesava 25 chili figuratevi il resto...) che mai e poi mai sarebbero entrati nel mio miserevole bidone semovente del tempo, un cesso di Renault 5 sulla quale però avevo avuto la brillante idea di fissare le barre porta-tutto.

Il problema non era tanto scendere col carrello, caricare il bidone (già di per sé un'ammazzata!) e portare il tutto a casa, no: il problema era poi scaricare tutti gli scatoloni e trascinarli a braccia fino al terzo piano senza l'ausilio dell'ascensore perché non ci entravano manco a bestemmiare tutte le litanie dei santi col calendario davanti.

Dal momento che IKEA offre da sempre la consegna a domicilio dei suoi articoli, mi avviai fiducioso verso lo sportello delle spedizioni... dal quale tornai dopo pochi minuti scuro in volto come una tempesta tropicale ed altrettanto incazzato... c'erano ancora le lire e questi mi avevano chiesto la bellezza di una piotta per portarmi a casa materiale per circa 225.000 lire; praticamente costava più il trasporto dei mobili stessi e al tempo vi assicuro che erano bei soldi, visto che alzavo poco più di un milione e due al mese.

E fu così che mi rassegnai a spaccarmi letteralmente la schiena, caricandomi tutto l'ambaradam sul tetto della Renault, legando oltretutto la massa enorme di cartoni solo con un paio di vecchie cinghie elastiche che portavo sempre a bordo “perché non si sa mai” con una paura fottuta che una delle due potesse cedere e provocare una strage a colpi di mobili in kit di montaggio.

Non vi dico nemmeno lo sforzo belluino per trasportare poi il tutto a casa... ma da lì in poi, come dicono gli antichi, è storia.

Sono passati parecchi annetti da allora, le esigenze sono via via cambiate e alla fine mi sono deciso, nonostante il momento non sia proprio esaltante dal punto di vista delle prospettive economiche, a fare un bel repulisti e a sostituire – ove possibile – gli antichi sarcofagi monumentali di casa con qualcosa di più agile e snello.

Dopo una serie di giri che non vi dico, siamo tornati proprio lì sul luogo del misfatto... più o meno, perché nel frattempo di IKEA ne hanno aperto un altro nella zona che oggi si chiama Porta di Roma.
Tutto bello, tutto figo, tutto nuovo... fuorché per le (in)sane, vecchie abitudini della compagnia in fatto di supporto alla clientela.
Questa volta mi sono fortemente limitato al minimo indispensabile per venire comunque incontro alla mia esigenza di dover vivere nel mio antro e quella di poter effettuare la manutenzione non solo al vecchio congelatore da muro ma anche al nuovo impianto di riscaldamento montato di recente, altrimenti inaccessibile, nascosto com'è dal vecchio catafalco.

Solo che, nel frattempo, ho cambiato bidone semovente e con esso la possibilità di utilizzare gli accessori che avevo a suo tempo acquistato per la vecchia Renault... alla faccia della standardizzazione europea!
Fatto sta che sono due lustri che ad ogni estate mi ripropongo di acquistare un cavolo di portapacchi per il vecchio leopard che guido adesso e regolarmente me lo dimentico.
Non solo ma di anni (e di chilometri) ne sono passati tanti ed hanno lasciato il segno... non sono più un pisquano di belle speranze in grado di tirare su 120 kg a strappo e la prospettiva di scarrozzarmi a spalle 72 kg di mobilio in kit ancorché in due pezzi non mi sorrideva affatto... mi sono quindi recato con fiducia all'ufficio spedizioni con i miei due scatoloni, speranzoso che – col trascorrere degli anni anche quelli di IKEA avessero messo un po' di giudizio e migliorato il servizio, specie visti i chiari di luna che la crisi provoca nelle tasche degli italiani.

Pia illusione, dolce chimera sei tuuuu…

Dopo un'ora esatta di orologio, durante la quale ho meditato sulle più raffinate forme di tortura cui sottoporre l'impiegata dell'IKEA – una perditempo fenomenale... fa quel lavoro tutto il santo giorno e ancora non sa qual'è la sequenza delle azioni che deve compiere? E poi, sant'iddio, perché accidenti non ti tieni a portata di mano la roba che ti serve? Per ogni singola cazzo di operazione le ci volevano due viaggi in giro per tutto l'ufficio... roba da picchiare la testa al muro! - alla fine sono arrivato al counter ed ho fatto la fatidica domanda: quanto costa consegnare questi due freschi buffi a **********?
Al che lei, con assoluta nonchalance, mi indica il cartellone alle sue spalle.

Aspetta un momento... che cosa mi stai dicendo, emerita testa di minchia?
Che la spedizione costa sempre e comunque 69 euro + spicci?
No, perché delle due l'una: o chi ha scritto il cartello è svedese (quindi parzialmente giustificabile per la sua mancata conoscenza delle sfumature della lingua italiana) oppure siete veramente una banda di cialtroni.

Perché se tu mi scrivi prezzi a partire da io mi aspetto che partano da quella cifra e arrivino ad un'altra, massima, da pagare, con tutto un range di opzioni nel mezzo.

Se invece il discorso è che i prezzi sono solo due, me lo devi scrivere a chiare lettere invece di farmi perdere tempo: non mi metti che partono da ma che per il servizio A il costo è X, per tutti gli altri si applica LA tariffa FISSA Y.

Come al solito, l'acqua va sempre al mulino di chi già di per sé si può permettere di spendere, perché avvantaggia sicuramente il tizio che si è comprato il guardaroba 4 stagioni a 6 ante da tremila euro che pesa 300 chili, mentre per il povero cristo che ha speso si è no 50 euro per uno scaffale in truciolato ma si ritrova comunque con una cassa da morto di 50 chili tra le mani, far pagare la stessa cifra è a dir poco sproporzionato.

Non vi dico quindi l'incazzatura che mi sono preso, soprattutto per tutto il tempo che mi hanno fatto perdere per non saper mettere due concetti in croce in italiano corrente.
Ancora una volta mi sono dovuto fare forza – in tutti i sensi, visto che sono letteralmente a cocci in questo periodo – e incastrare dio solo sa come tutto dentro lo spazio risicato della mia Opel Corsa, guidando con la minaccia costante di prendere una scatolata sulla nuca in caso di brusca frenata o di curva troppo stretta.

Immaginate poi il calvario che è stato trascinarseli su fino a casa... e fortuna che – questa volta – i cartoni sono entrati in ascensore perché non so proprio se sarei stato in grado di portarli su per le scale.
Perché peseranno pure la metà rispetto al vecchio catafalco che ho pensionato, ma hanno un ingombro tale che pare pesino il doppio quando devi caricarteli in spalla e non sai davvero da che parte pigliarli...

La morale della storia è: se intendi acquistare qualche mobile da IKEA ma già sai che non si tratta di qualcosa di mastodontico e costoso, per il quale valga la pena gettare al vento qualche decina di euro in più, non hai che una soluzione: fatti prestare da qualcuno un furgone per andare da IKEA; ci guadagnerai certamente in tempo, denaro e soprattutto salute.

lunedì 21 novembre 2011

Una bella cura medioevale contro la SUVerbia che avanza...


 visto che tira aria di rinnovamento e di equità sociale in questo Paese da che si è insediato l'esecutivo presieduto dal dottor Mario Monti, avrei una proposta da fare riguardo i tanti, troppi casi di assassini su quattro ruote che infestano questa nazione, in particolar modo contro i delitti perpetrati dagli ormai onnipresenti possessori di SUV, si proprio quei cosi mastodontici, ingombranti e soprattutto inutili (ancorché nocivi per la salute pubblica) che peggio delle zecche su un cane rognoso infestano ogni angolo della viabilità cittadina.

Faccio esplicito riferimento agli ultimi casi di cronaca, quello di Cremona di ieri e quello di oggi avvenuto nella Capitale; diversi luoghi, stesse modalità: due tizi litigano, quasi sempre per motivi più o meno futili riguardanti le solite questioni – parcheggi e precedenze – con il tizio che ha nel 99% dei casi torto marcio che sale in macchina e parte a spron battuto infliggendo danni a uomini e cose.

Io stesso ho assistito parecchie volte a queste scene disgustose e più di una volta – da bravo scassaminchia forse ma da perfetto buon cittadino – mi sono adoperato prendendo la targa del cialtrone ergo facendogli una bella foto che ho poi consegnato a chi di dovere perché prendesse gli opportuni provvedimenti del caso.

Stranamente poi, l'arma del delitto difficilmente risulta essere una 500 o una Panda, no... parliamo (quasi) sempre delle solite note: Volkswagen, Alfa, Audi, BMW, Mercedes, Volvo... tutti giocattoloni per gente con la grana che per questo motivo pensa di potere fare sempre e comunque il suo porco comodo alla faccia di tutto ed in aperto spregio delle normative vigenti.
In pratica, per questa gente il codice della strada è un optional.

Solo che adesso abbiamo fatto il salto di qualità, non si parte più a razzo e basta, scartando autoveicoli in sosta e pedoni sulle strisce, no: adesso si prende per bene la mira per centrare il rompiscatole di turno, così impara!

Al che io avrei un suggerimento per i neo ministri dell'Interno e di Grazia e Giustizia: l'adozione di una sanzione Dantesca, un vero e proprio contrappasso per chi commette reati ed omicidi al volante: chi di SUV (ovvero station wagon, crossover, pick-up, fuoristrada o berlinone) ferisce... nel SUV perisce!

O meglio, nel suo cazzo di SUV ci sconta la pena per intero; perché infatti, dico io, queste merde ce le dobbiamo poi pascere noi a spese dello Stato in una casa circondariale?
Io propongo l'istituzione di un nuovo tipo di bagno penale cioè l'area di (lunga, lunghissima) sosta penale.

In pratica funzionerebbe così: commetti un reato con il tuo maledetto bidone, io ti ci sigillo dentro per tutta la durata della pena. Si trasferiscono criminale e mezzo incriminato all'interno di un vero e proprio deposito circondariale recintato e sorvegliato con torrette automatizzate armate di mitragliatrici calibro .50 in grado di tracciare autonomamente i veicoli grazie al calore o al campo magnetico emesso dallo stesso: se metti in moto e ti muovi entro il raggio d'azione delle torrette, una raffica di traccianti da mezzo pollice riduce te e il tuo bidone in confetti, fine della storia.
Ovviamente la recinzione del campo dev'essere adeguata alla bisogna: niente mura e torri, troppo spreco di mezzi e risorse, più semplicemente un bel reticolato elettrificato stile Auschwitz per impedire la fuga a piedi degli omini, il tutto coadiuvato da un bel fossato anticarro, ostacoli in cemento armato (i famosi denti di leone) e per finire una bella cintura minata a scanso di equivoci.

La cella di detenzione diventa così l'automezzo stesso, immobilizzato, privo di combustibile ed esposto (ovviamente) alle intemperie e all'inclemenza del clima col solo conforto della normale dotazione per i detenuti: uniforme carceraria, indumenti intimi e un paio di coperte per dormire... i pasti verrebbero somministrati attraverso il finestrino, stile MacDrive, mentre per le docce e gli altri servizi, provvederanno apposite strutture in perfetto stile autogrill, come si conviene per questi maniaci criminali delle quattro ruote.

Qualcosa mi dice che – dopo l'applicazione, severa e senza sconti – delle prime condanne e gli inevitabili resoconti che prima o poi giungeranno all'esterno, il numero di crimini commessi al volante crollerebbe drasticamente... è vero che la madre dei cretini è sempre incinta ma credo che nessuno che non sia totalmente insano di mente potrebbe mai sopportare di dormire, mangiare, espletare le proprie necessità fisiologiche, in pratica di vivere all'interno di un'automobile, per quanto grossa e confortevole possa essere, per giorni, settimane, mesi o anni senza dare di matto o implorare di essere ammesso ai lavori forzati o al carcere duro, specie se il confortevole mezzo in questione viene privato della possibilità di poter operare i suoi tanti gadget tecnologici come radio/cd player, climatizzazione, telefono bluetooth etc...


martedì 15 novembre 2011

Ma Siamo Seri...

Il Paese va a rotoli, le nostre speranze, sempre più appese ad un filo, poggiano (fin troppo) pesantemente sul professor Monti, come se bastasse la sua sola presenza, una volta fatto fuori il nano di Arcore, per rimettere a posto una situazione disastrosa frutto di quasi un ventennio di incuria politica e che invece, molto probabilmente, per chi non si trova già con il culo saldamente al coperto vorrà dire essenzialmente lacrime, sudore e sangue, possibilmente tutte insieme così non si perde tempo.

La crisi ha messo col culo in terra gli italiani che stentano ad arrivare alla fine del mese, la disoccupazione o la sotto-occupazione aumentano costantemente così come il sommerso, il nero e l'evasione fiscale... eppure una delle tante minchiate proferite dal divo di Arcore mi ha trovato quasi pienamente d'accordo, parlo dell'uscita relativa al fatto che in Itajia i ristoranti sono sempre pieni...

caliamo un velo pietoso sulla storia degli aerei strapieni di passeggeri, che è una cazzata micidiale (non tutti possono permettersi di viaggiare con l'aereo messo a disposizione dallo Stato portandosi dietro parenti, amici e conoscenti, caro il mio Cavaliere) a meno che il Salvatore da Arcore non intendesse i voli per l'estero in classe economica, quelli si che sono sempre pieni: si, sono pieni di gente che scappa dal Belpaese per cercare miglior fortuna all'estero... una volta si emigrava con la nave trascinandosi dietro le valige di cartone chiuse con lo spago... oggi si emigra in aereo e con i trolley della Samsonite ma per il resto rispetto a 100 anni fa non è (purtroppo) cambiato un beneamatissimo cazzo: se vuoi sopravvivere – e hai i mezzi per permettertelo – tagli la corda e cerchi fortuna altrove.

Purtroppo, per chi non se lo può permettere, resta evidentemente un unico sfogo, la famosa cena fuori casa il sabato sera; ma anche qui, c'è da fare qualche differenza, caro il mio Silvio, perché non tutti possono permettersi la cena al ristorante la maggior parte opta per soluzioni più economiche come la pizzeria o la trattoria locale... solo che anche qui la cosa si è vergognosamente snaturata.

Tanto per rendervi edotti, un paio di sabati fa, in compagnia di un amico e assillati dal solito, annoso problema (per la serie: che si fa? Si mangia un boccone?... si, ma dove?) mi sono recato in un locale che frequentavo in tempi non sospetti, quand'ero un povero pisquano che campava ancora di fumetti e rock'n'roll, una specie di bettolone in una zona periferica della Capitale, noto per essere un classico locale per pischelli a basso, bassissimo costo... lì per lì m'è parso che non fosse cambiata una mazza in questi ultimi 20 anni: siamo stati accolti dalle solite, immense, tavolate di ragazzetti caciaroni lasciati allo stato brado... la cosa lasciava ben sperare, se ci vengono ancora i pisquanelli è segno che almeno te la cavi con poco, si sa che i ragazzi non hanno tutta 'sta disponibilità economica, no?

NO!

decisamente, ancora una volta mi sono dovuto ricredere, non so come accidenti fanno, ma questi mocciosi bastardi stanno sempre messi meglio di noi che mocciosi non siamo più e che fatichiamo non poco per metterci due euro in saccoccia.

Perché quando una delle cameriere – l'unica nota positiva di tutto il fottuto locale, una più gnocca dell'altra... e con la fame che c'ho vi assicuro che è stata una tortura vedersele sculettare davanti per tutta la sera – ci ha portato il menù, per poco non m'è preso un coccolone...

tenete sempre presente che stiamo parlando di una classica pizzeria/trattoria senza tanti frizzi e lazzi, locale e cucina nel limite della decenza ma niente di più; orbene, una cazzo di pizza margherita veniva a costare la bellezza di € 7,50 le bruschette partivano da € 3,50 e non vi dico una birra o una coke quanto cazzo potevano costare... non mi pare di essere mai stato un pulciaro o uno che se mòre de fame ma mi è sembrato semplicemente uno scandalo, visto soprattutto la tipologia di locale e l'ambiente... si, certo, c'era un po' di gnocca per rifarsi gli occhi ma non credo che anche quella sia messa in conto agli avventori... o no?!

Ma la cosa più scandalosa è stata l'acqua, si avete inteso bene, proprio l'acqua... da un po' di tempo a questa parte, è invalsa questa deleteria abitudine da parte di molti locali romani, di adoperare particolari depuratori per l'acqua con la possibilità di produrre a volontà acqua liscia microfiltrata ovvero carbonata.

Nulla da eccepire, si ammazzano un sacco di spese morte e ci si libera dall'ingombro dei vuoti che provocano invece le classiche forniture di acqua in bottiglia, però, perdio! Non mi puoi mettere una brocca di acqua filtrata dal rubinetto 1,50 euro!!!

Non è nemmeno più un furto, è semplicemente un'indecenza, specie considerando il fatto che tutte le altre pietanze hanno prezzi da Hotel Hilton!

Certo, se al... servizio al tavolo fosse stato compreso nel prezzo anche il servizio sul tavolo (o meglio ancora in un privé) da parte delle allegre ragazzotte che servivano ai tavoli, pure pure uno un occhio lo chiudeva, ma così, è stato davvero un furto bell'e'bbuono...

scusate, è l'ormone del cinghiale che è in me che parla, però, porcaputtana, così non si può più andare avanti; tornando a bomba, hanno dato tutti addosso al Cavaliere per la battuta infelice del G20 ma vedendo in giro certe cose, c'è da chiedersi se – almeno in questo caso – non avesse ragione: al paese mio, con prezzi del genere, in pizzeria (altro che ristorante!) non ci vai mai più e che se possano morì tutti de pizzichi, 'sti ladri maledetti!