No,
oggi non vi parlerò di fatti di cronaca piccanti, di gnocca o degli
innumerevoli casini del sottoscritto.
Rifacendomi
a quanto promisi nel lontanissimo 2008, quando scrissi per la prima
volta su questo blog, intendo parlare di una macchina (ricordate? Tra
le 3G del
titolo una fa riferimento a Gears cioè
macchinari ed ingranaggi) tanto misconosciuta quanto epocale nella
storia dell'aviazione.
Normalmente
mi interesso più ai capostipiti
delle
varie specie ma in questo caso vi propongo invece l'espressione
finale, il canto del cigno della
razza degli aeroplani
da caccia con motore a pistoni.
Meglio
sarebbe dire “con motori
a
pistoni” dal momento che lo splendido Dornier
DO 335-A1 Pfeil fu
l'epitome della razza dei bimotori
pesanti da
caccia, iniziata con il non eccezionale Messerschmitt
BF-110 e
culminata con l'eccellente Lockheed
P-38 Lightning;
il Freccia (questa
è la traduzione di Pfeil in italiano) però li fregava tutti: poteva
volare più
veloce, più in alto e più lontano di
qualunque concorrente, dell'Asse o Alleato che fosse e il suo
armamento di bordo gli assicurava un volume di fuoco ed una potenza
distruttiva difficilmente eguagliata da altri aeroplani da guerra
coevi, con l'eccezione, forse, del Hawker
Typhoon con
i suoi 4 cannoni
Hispano da 20mm nella
versione per l'attacco al suolo.
La
sua configurazione, straordinaria e mai più provata su un aereo di
serie, con un'elica traente
a
prua ed una spingente
a
poppa, alimentate da due propulsori Daimler-Benz
DB-603 eroganti
1800CV a
2700 giri/minuto –
in assoluto tra i migliori motori d'aereo mai adottati dall'aviazione
germanica – perfettamente in linea e la rivoluzionaria ala con
profilo a freccia (manco a farlo apposta), resero lo Pfeil uno dei
più veloci, se non il più veloce, degli aerei ad elica (esclusi
quindi i più recenti turboelica) nonostante le imponenti dimensioni
ed il peso non indifferente di 11
tonnellate a
pieno carico, con una velocità massima conclamata di oltre 760
km/h,
mentre i 3 serbatoi interni, per una capienza complessiva di 2470
litri di
combustibile, gli assicuravano un'autonomia
di combattimento
di oltre 2000 km
ed una tangenza
operativa
di oltre 11.000
metri cosa
che gli avrebbe permesso di agguantare senza fatica anche gli
inafferrabili B-17 americani e i Lancaster inglesi che volavano
regolarmente oltre gli 8.000 metri di quota, altezza che il nostro
poteva raggiungere in meno di 15
minuti.
Se
a questo aggiungiamo un armamento di bordo costituito da un cannone
MK103 da
30mm sparante
attraverso il mozzo dell'elica e da due
MG151/20 da
20mm (per
non parlare della stiva
bombe interna con
una capacità di 500
kg che
unita alla capacità d carico subalare permetteva al Do-335 di
trasportare senza fatica 1
tonnellata di
bombe) possiamo capire immediatamente come un apparecchio del genere
fosse – al pari del Messerschmitt
Me-263 Schwalbe
– uno spauracchio non da poco per i piloti alleati.
Dal
momento che in quanto a tecnologie avanzate i crucchi non si facevano
mancare niente, lo Pfeil fu uno dei primissimi aeroplani ad adottare
per il pilota un seggiolino eiettabile come
quelli usati oggi sugli aviogetti da combattimento.
Per
evitare che il pilota – al momento del lancio dall'abitacolo –
potesse finire trascinato verso la coda dell'apparecchio (dove,
ricordiamolo, c'era una bella elica
tripala affettatutto)
con tristi e dolorose conseguenze, la coda e l'elica posteriore
venivano preventivamente espulse
dall'esplosione
di apposite cariche, dopodiché il seggiolino veniva catapultato
fuori
dalla carlinga da potenti bulloni
esplosivi.
Questo
perché, alla fine, anche i tedeschi erano arrivati a comprendere un
concetto fondamentale, che cioè le risorse
umane –
specie se si tratta di personale altamente
qualificato come
i piloti da caccia – non
crescono
sugli alberi e a lungo andare sono insostituibili, mentre le macchine
le puoi costruire (o ricostruire) quante volte vuoi (più o meno), da
qui l'esigenza di proteggere innanzitutto il pilota e
poi la
macchina.
Purtroppo
(per i tedeschi) anche lo Pfeil arrivò sul teatro di battaglia
troppo tardi ed in numeri troppo esigui per fare la differenza,
nonostante – assieme al coevo Ta-152
progettato
per la Focke Wulfe dal celeberrimo Kurt Tank – fosse stato
specificamente progettato per fornire appoggio e copertura al ben più
famoso aviogetto della Messerschmitt nel quale il fürher
riponeva tutte le sue speranze di vittoria.
Se
vogliamo dirla tutta, fu un bene che l'aereo progettato da Claude
Dornier non
sia mai andato oltre lo stadio di pre-produzione con solo una
manciata (una ventina circa) di apparecchi prodotti perché in un
episodio – raccontato dall'asso francese Pierre
Clostermann che
volava sotto le insegne della RAF britannica – un'intera pattuglia
di Tempest da lui guidata diede la caccia ad uno Pfeil solitario dopo
averlo sorpreso senza scorta e in volo a bassa quota, dove le sue
prestazioni non eccellevano.
Eppure
lo Pfeil schizzò via, tenendo fede al suo nome, come una freccia,
lasciando con un palmo di naso i piloti alleati ed i loro caccia da
700 km/h di velocità massima, mentre subito dopo la guerra uno Pfeil
catturato dall'USAAF (la fabbrica della Dornier era caduta in mani
alleate nell'Aprile del '45) durante un volo di trasferimento da
München
a Cherbourg scortato da due North
American P-51 Mustang,
prese letteralmente il volo arrivando a destinazione con “solo”
45 minuti di scarto
rispetto
alla scorta.
Gli
Pfeil ancora in condizioni di volo vennero trasferiti negli Stati
Uniti per essere testati; di lì a poco lo sviluppo ulteriore di
aeroplani con propulsione ad elica verrà definitivamente accantonato
per cedere il posto alla nuova generazione di apparecchi con motori a
getto; degli Pfeil trafugati ne è sopravvissuto solamente
uno che
è esposto ancora oggi al museo nazionale aerospaziale Udvar-Hazy.


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