Tanto per cambiare, oggi facciamo un
po' di servizio pubblico
sputtanan... *ahem!*... recensendo uno dei più noti locali della
capitale, quel Mattarello che
da alcuni mesi sfonda
quotidianamente le gonadi dei
cittadini di Roma e Provincia, attraverso l'etere e la carta
stampata, proponendosi come il
ristorante
romanesco più
romanesco che ci sia, per giunta alla portata di tutte le tasche e
addirittura famoso
per i suoi fritti
tutti fatti a mano
e
di tipo espresso, quindi preparati al
momento.
Ho
avuto la sfiga nera
(tanto
de 'sti tempi, pare diventata un'abitudine..) di andare a cenare in
uno dei due locali presenti in città, quello di Parioli (l'altro si
trova alla Magliana) dove ho potuto assaporare le... prelibatezze
di
questo tanto rinomato (da chi? Boh!?) ristorante/pizzeria.
Due
sole parole: MAI
PIU'!
Dire
che non è tutto oro quel che luce in questo caso sarebbe solo un
pietoso eufemismo.
Passi
per l'ambiente – romano-cum-cafone-radical-chic – che tanto piace
ai fighetti della Roma bene, quelli che – per capirci – amano
mescolarsi alla plebe per dimostrare che sono privi di pregiudizi,
loro, e che al pari
del mitologico Mida trasformano ogni cosa che toccano: peccato che la
trasformino in merda
dando la loro patente di locale trendy a
bettole scandalose che così assurgono al rango di locale must
da frequentare a posti che
invece, a rigor di logica, dovrebbero semplicemente chiudere
il giorno stesso.
Se
pensate che stia semplicemente sputando veleno perché mi sono alzato
con il culo girato, vi faccio innanzitutto notare che non mi sono
alzato affatto perché
ho passato tutta la fottuta nottata in piedi per cercare di
digerire la merda immonda che mi
hanno fatto ingurgitare, spacciandomela per pizza e fritti.
Cominciando
dal principio, dopo la solita, triste odissea attraverso una mezza
Roma imbambolata dove l'unica attrattiva sono – da due settimane a
questa parte – i tanti, fantasiosi cartelli esposti con su scritto:
Chiuso per Ferie,
ci siamo ritrovati – non chiedetemi come perché non l'ho capito
nemmeno io –
a transitare per Viale Regina Margherita direzione Viale Liegi, nel
cuore della (cosiddetta) Roma bene, alla ricerca, tanto per cambiare,
di un posto dove passare la serata e mangiare qualcosa, possibilmente
senza farci spellare.
Certo,
nemmeno a me sembra la cosa più intelligente del mondo andare ai
Parioli per mangiare bene e spendere poco ma purtroppo non ero il al
comando, ma in balia del mio socio e delle sue mer(d)avigliose alzate
d'ingegno, sicché...
Forse
non ve l'ho mai detto prima ma giro spesso e volentieri con un
tamarro di periferia con
acute tendenze modaiolo-fighettistiche che
si scontrano ferocemente con il fatto che sia un rabbino
della madonna, che non allunga
il braccino a meno che non ce lo costringi con la forza.
Vittima
di questa costante, insanabile dicotomia, il sottoscritto, che il più
delle volte si ritrova alla mercé di cotante individuo e ne subisce
le decisioni perverse, camuffate sotto le motivazioni più
improbabili, come in questo caso.
Tornando
a bomba, ci siamo fermati in questo “famoso” Mattarello
perché era uno dei pochi locali
aperti in zona (per non dire in città) e per il battage
pubblicitario di cui vi ho parlato in apertura, che ha conquistato il
cuore e la mente del mio pard.
L'idea
è stata: se c'hanno un altro ristorante alla Magliana, che è sempre
pieno, tanto male non può essere e poi sicuramente è sparagnino!
Peccato
che per chi conosce e frequenta la Magliana, a fronte di un quartiere
popolare un tempo di pessima fama, ci siano – lungo il corso
principale – una sequenza pressoché infinita di locali
finto-popolari-ma-decisamente-radical-chic (roba
da fighette e pariolini fuori zona, insomma) decisamente famigerati
per le mazzate che erogano a chi osi mettervi piede.
Come
volevasi dimostrare, infatti, il posto non era male... era pessimo
e in quanto a sparagnare...
i loro (supposti) eccezionali fritti espressi erano cari
arrabbiati tisici e fatti
da cane: i supplì, p.es., al modico costo di uno
virgola cinquanta pleuri cadauno
erano abbrustoliti, dentro e fuori e prodotti con un riso piccolo e
inadatto per non parlare di sugo o ripieno che erano latitanti come
uno 'ndranghetista alla macchia sull'Aspromonte.
La
pizza, altra specialità decantata dalla réclame come prodotta con
ingredienti di altissima qualità, era una specie di piadina
sottile e bruciacchiata, condita
con un pomodoro decisamente acido e (alla luce della mia
indigestione) pesante come un mattone!
L'unica
cosa che abbondava era infatti l'origano, spezia notoriamente leggera
e digeribile ma che
evidentemente costa poco, perché ce n'era in quantità industriale.
L'unica
cosa nella decenza erano le bruschette – e cazzo, dico io, bisogna
mettercisi d'impegno per riuscire a rovinare anche una fetta
di pane spalmata di olio,
pomodoro e/o qualche preparato in barattolo
– che però erano tanto, tanto sottili... circa 5 mm l'una.
Il
tutto per soli (si
fa per dire) sei pleuri et
novanta centesimi.
Che
poi questa è l'unica, vera, caratteristica originale del
Mattarello: i prezzi.
Non
esistono cifre tonde:
tutti i
prezzi del listino prevedono la formula enne
euro+novanta centesimi tanto
per approfittare della dabbenaggine altrui; perché puoi inventarti
quello che ti pare, a casa mia sei euro e novanta sono sette
euro all'atto pratico.
Il
che vuol dire che – di media – tutte
le portate costavano da
uno a
due euro
in più rispetto
alla norma praticata in città, il tutto a fronte di porzioni
inconsistenti perché
se è vero che noi ci siamo limitati alla pizza, non è che ci siamo
turati occhi e orecchi ma anzi abbiamo esaminato tutto come falchi.
Tanto
per cominciare, sei un pulciaro: 7 – pardon – 6,90 per una
porzione di spaghetti o rigatoni (altri tagli no, sono proibiti?)
conditi rigorosamente in bianco, al pomodoro, aglio olio e
peperoncino o all'arrabbiata...
tutta roba che chiunque non sia monco o stupido può farsi
tranquillamente a casa propria sborsando
si e no un euro e mezzo a
porzione (e per porzione intendo la classica cofana da
3 etti!); qui le... irresistibili porzioni arrivavano si e no
all'etto di pasta.
Idem
con patate per le famigerate fettuccine fatte a mano che
a fronte di una possibilità di scelta di poco più elaborata e
numericamente superiore, campeggiavano solitarie al centro del
piatto, piatti che – dimenticavo di dire – sono quelli classici
in ceramica da pizza... si , ma da pizza surgelata, quelli di 20 cm
di diametro, non quelli veri da 30-40 cm.
Anche
la pizza non sfuggiva a questa regola e veniva servita rigorosamente
entro i margini
del summenzionato piatto
in ceramica.
Questo
per una spesa minima di 5 euro (pardon, volevo dire quattro
euri e novanta fottuti centesimi)
per una marinara!
Si,
perché di regola il sottoscritto, per valutare una pizzeria, specie
la prima volta che ci va, a meno che non sia colpito come San Paolo
sulla via di Damasco (di questi tempi una prospettiva assai
preoccupante, visto che in quel di Damasco l'unica cosa che ti può
colpire al momento è una bomba di mortaio o un missile aria-terra)
da una qualche invenzione particolare, opta regolarmente per la tanto
disprezzata pizza alla marinara
primo perché a me piace
secondo perché se vali appena la metà del tuo peso in sale come
pizzaiolo, è una delle pizze più buone e genuine in assoluto.
D'altra
parte, se sei un cialtrone parvenu che millanta il mestiere, si vede
subito e in maniera inequivocabile.
Potete
benissimo immaginare in quale categoria si pongano i cuochi del
Mattarello.
![]() |
| Si, pizze in faccia e fettuccine da merceria, altro che... |
Si
dice sempre che uomo avvisato, mezzo salvato...
come sempre io sull'avviso vi ci ho messi, adesso fate
vobis...


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