Ovvero: le tre cose che muovono il mondo!

Come ebbe infatti a dire Rudyard Kipling in tempi non sospetti: "Tre sono le cose che muovono il mondo: Donne, Cavalli e Guerra" il che, tradotto in termini moderni vuol dire: Donne, Motori e Armi da fuoco!

WELCOME TO THE MAYEM!

sabato 18 agosto 2012

Adesso si che stiamo belli freschi!


Mi ci mancava solo quest'ultima bella novità, tanto perché la mia esistenza di tutti i giorni non è già abbastanza complicata di suo, per mettermi di buon umore.

Il bidone semovente cui ho dedicato sempre (nei limiti del possibile) tante cure e che solo nell'ultimo mese e mezzo mi è costato la bellezza di quattrocentoventi stille di sangue versate una ad una dal mio sudato – ancorché magro – stipendio ha bellamente deciso che gli siddìa (come direbbero i nostri amici siculi) di andare a giro co'cchistu caldo.

Mi ha piantato bellamente in asso, come un mulo recalcitrante di fronte ad una salita, proprio nel bel mezzo di uno dei pomeriggi più caldi dell'anno mai registrati dal 2003 ad oggi...

Motivo? Ah, saperlo!

Le ho provate tutte, per più di un quarto d'ora, sotto un sole che spaccava le pietre senza ottenere una mazza di niente... poteva essere che fosse addirittura evaporata quel po' di benzina che m'era rimasta dopo la (solita, trita e triste) gita di ferragosto?

Possibile che si sia rotta la spia della riserva e che – per puro culo, a questo punto – mi abbia portato proprio davanti all'ufficio con le ultime gocce di broda prima di schiattare?

Altre spiegazioni, lì per lì, non ne ho trovate: il motorino d'avviamento girava tranquillamente, il quadro era acceso e tutto il resto funzionava perfettamente; solo la lancetta del carburante non si alzava nemmeno di un millimetro e il pedale dell'acceleratore andava giù a fondo senza opporre la minima resistenza.

Morto, semplicemente morto... di mettersi in moto non ne ha proprio voluto saperne.

E così mi sono dovuto sciroppare – stile Anabasi di Senofonte – il lungo tragitto per tornare a casa, dove sono arrivato dopo un'ora e un quarto (maledetti i mezzi pubblici e chi non gli da fuoco con il personale dentro ogni volta che fanno lo scherzo di farti aspettare mezz'ora sotto il sole d'estate o sotto l'acqua d'inverno) ridotto a una chiavica, per aver coperto un tragitto di ottomilaseicento metri... facevo decisamente prima a farmela a piedi, col senno di poi.

Dopo aver trascorso il resto della giornata a recuperare dall'immane fatica, sono poi uscito, per mera inerzia, visto il mio stato d'animo, con il solito compare per la solita uscita del venerdì... a quel punto, visto che non avevamo un cacchio da fare di più interessante, abbiamo preso la decisione di prelevare la tanica (che porto sempre con me per prudenza) dal baule del semovente abbattuto per cercare di prelevare dal distributore più vicino due gocce di broda e vedere se ci riusciva di rimettere in carreggiata il bidone immobilizzato.

Per puro scrupolo, visto che quattro occhi vedono (o dovrebbero vedere) meglio di due, ho tirato su il cofano del motore e ho inserito per l'ennesima volta la chiave nel quadro... si è illuminato tutto come un albero di natale, spia del carburante compresa che indicava ancora oltre ¼ di serbatoio ancora disponibile (quindi oltre i 14 litri altro che due gocce e uno spruzzino) e girata la chiave... è partita al primo colpo, senza indugi, come fosse appena uscita dalla fabbrica.
Vi giuro che la tentazione di dargli fuoco m'è salita su tanto velocemente che ho dovuto lottare con tutto me stesso per evitare di fare uno sproposito.

Cioè, questo vorrebbe dire che me la sono dovuta fare a piedi semplicemente perché questo bidonaccio maledetto soffre il caldo!?
Ma ci si può credere ad una cosa così?

Sono nove anni che ci vado in giro e mai mi è capitata una cosa così, né con 40 gradi all'ombra, né tanto meno a 10 sottozero, quindi come si spiega un comportamento del genere.

Ho passato tutta la mattinata a cercare qualche spiegazione sui forum o sui siti specializzati e ho trovato sull'argomento tutto e il contrario di tutto; di fatto nessuno sa per certo perché le Opel di punto in bianco comincino a soffrire il caldo e si piantino clamorosamente in mezzo alla strada quando, pochi minuti prima, camminavano senza nessun problema.
Però sembra che non sia un fatto raro, anzi, pare uno dei tanti difetti nascosti di queste auto, quelli cioè che tutti (tecnici, meccanici e soprattutto i commerciali della casa tedesca) conoscono perfettamente ma dei quali non dicono niente a nessuno men che meno ai prospettivi clienti, non sia mai che magari ci ripensino ed invece di comprare i loro bidoni bizzosi si comprino invece una vile auto coreana o giapponese... vili, si, finché vi pare, ma che almeno non vi lasciano a piedi sotto il solleone in piena estate!

venerdì 17 agosto 2012

Le solite, italiche cattive abitudini



Non ci smentiamo mai, semmai peggioriamo ogni anno che passa.

Non sono solito fare il moralista de noantri, sono l'ultima persona che possa (o voglia) insegnare qualcosa a qualcuno riguardo a morale e buoncostume, anche perché sono il primo ad essere intollerante nei riguardi di qualsiasi forma di intolleranza, specialmente riguardo quelli che si ergono a castigatori dei costumi altrui salvo poi dimostrare che sono una banda di ipocriti, di quelli che predicano bene e razzolano male; fatto sta che anche per quest'anno si è assistito alla solita, classica serrata ferragostana alla faccia della tanto lamentata crisi economica e dei continui piagnistei degli italici bottegai.

Caso strano, hanno tutti indistintamente (salvo poche, rarissime eccezioni) chiuso i battenti per ferie, per periodi che vanno dai 10 giorni alle tre settimane, tanto perché se morono tutti de fame e non c'hanno 'na lira pe' pagà le tasse.
Le tasse no, ma le ferie al mare o in montagna, o magari in barchetta, quelle si.

La serata dello scorso 14 agosto è stata indicativa: alla faccia del tanto decantato piano di turnazione del Comune di Roma, erano praticamente tutti chiusi, compresi (primo caso in assoluto che io ricordi) i tanto contestati fast-food; una cosa che rasenta lo scandalo, vista la presenza in città di legioni di turisti e di residenti che le ferie se le sono dovute scordate per motivi economici o di opportunità - emblematico a questo scopo l'ennesimo disastro annunciato della compagnia aerea catanese Wind Jet che ha lasciato letteralmente a terra migliaia di passeggeri molti dei quali, a causa dello sciacallaggio operato dagli altri vettori (Alimerd... pardon... Alitalia in testa) hanno dovuto rinunciare alle ferie visti i limiti di tempo e di budget – ai quali dovrebbero essere comunque assicurati perlomeno i servizi essenziali.

E quale servizio è più essenziale che dare da mangiare ai pellegrini stanchi ed affamati?

Fatto sta che ho dovuto girare come uno stronzo la bellezza di due ore attraverso quattro quartieri, prima di poter finalmente trovare uno straccio di locale in cui posare le stanche membra.

Fortunatamente, nella sfiga m'ha detto bene, perché il posto si è dimostrato un signor locale con una cucina degna di questo nome, porzioni abbondanti e prezzi se non proprio modici, abbordabili.

Ma quello che mi ha colpito di più, sono stati gli avventori, specie le femmine: posso capire che fa un caldo da jungla sudamericana, posso capire che ti va di metterti in mostra – magari dopo una stagione di sacrifici alimentari per poter riacquistare la tanto agognata forma bikini – però, sant'iddio, a tutto c'è un limite e questo limite è imposto dalle norme (non scritte) della decenza e da quelle (scritte e previste) del Testo Unico di Polizia Urbana che prevedono di avere un abbigliamento nei limiti della decenza, se non proprio del buon gusto.

Invece tutte le femmine presenti erano conciate come se si trovassero in spiaggia: shorts e toppini ridottissimi ovvero miniabiti con scollature vertiginose e trasparenze che nulla lasciavano all'immaginazione, roba da attenuanti specifiche in una causa per reati sessuali in tribunale!

Perfino nelle località balneari di buona parte della penisola i sindaci hanno dato un deciso giro di vite al nude look imperante e noi dobbiamo sorbirci certi atteggiamenti addirittura in città!?

Voglio dire, lungi da me lamentarmi quando c'è tanta grazia di dio in bella mostra, però, non sulla pubblica via e soprattutto non in un locale pubblico!
C'è luogo, modo e maniera per fare tutte le cose e quelli non erano decisamente né il momento né il luogo.
Oltretutto, per poter andare in giro in un certo modo occorre avere anche il fisico per poterselo permettere e – mi dispiace fortemente dirlo – non tutte le... dame presenti erano in condizioni tali da poter impunemente mettere la mercanzia in mostra.

Sento già le voci che gridano alla limitazione della libertà... carissimi (e carissime), vorrei ricordarvi che la vostra supposta libertà non vuol dire essere autorizzati a fare quel cazzo che più vi pare fregandovene di tutto e tutti, in quanto la libertà personale finisce nel momento stesso in cui va ad invadere e/o ledere la libertà altrui.

Perché se è vero – com'è vero – che uno a casa sua ovvero sulla spiaggia (e solamente ove espressamente consentito) può anche girare in costume adamitico, lo stesso non vale in presenza di altri che potrebbero non condividere le nostre velleità naturiste, ergo sulla pubblica via o nei locali pubblici.

Perché nessuno può o deve essere costretto ad assistere a certi sfoggi di strafottenza specie quando sta mangiando.

Io stesso – quando la necessità lo esige e mi trovo entro le mura domestiche – giro spesso e volentieri con il batacchio al vento ma mai e poi mai mi vedrete girare per le vie delle città (o al mare, lago o montagna per quel che conta) in una tenuta che non comprenda come minimo pantaloni (rigorosamente lunghi, che odio visceralmente shorts e bermuda), t-shirt e scarpe chiuse.

Perché andare in giro a mostrare il petto villoso potrà anche fare figo per qualcuno, ma molto più probabilmente potrebbe dare fastidio a chi non condivide, diciamo così, i nostri stessi canoni estetici.

lunedì 13 agosto 2012

Mamma mia, che delusione...

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domenica 12 agosto 2012

La massima evoluzione della specie...


No, oggi non vi parlerò di fatti di cronaca piccanti, di gnocca o degli innumerevoli casini del sottoscritto.
Rifacendomi a quanto promisi nel lontanissimo 2008, quando scrissi per la prima volta su questo blog, intendo parlare di una macchina (ricordate? Tra le 3G del titolo una fa riferimento a Gears cioè macchinari ed ingranaggi) tanto misconosciuta quanto epocale nella storia dell'aviazione.

Normalmente mi interesso più ai capostipiti delle varie specie ma in questo caso vi propongo invece l'espressione finale, il canto del cigno della razza degli aeroplani da caccia con motore a pistoni.

Meglio sarebbe dire “con motori a pistoni” dal momento che lo splendido Dornier DO 335-A1 Pfeil fu l'epitome della razza dei bimotori pesanti da caccia, iniziata con il non eccezionale Messerschmitt BF-110 e culminata con l'eccellente Lockheed P-38 Lightning; il Freccia (questa è la traduzione di Pfeil in italiano) però li fregava tutti: poteva volare più veloce, più in alto e più lontano di qualunque concorrente, dell'Asse o Alleato che fosse e il suo armamento di bordo gli assicurava un volume di fuoco ed una potenza distruttiva difficilmente eguagliata da altri aeroplani da guerra coevi, con l'eccezione, forse, del Hawker Typhoon con i suoi 4 cannoni Hispano da 20mm nella versione per l'attacco al suolo.

La sua configurazione, straordinaria e mai più provata su un aereo di serie, con un'elica traente a prua ed una spingente a poppa, alimentate da due propulsori Daimler-Benz DB-603 eroganti 1800CV a 2700 giri/minuto – in assoluto tra i migliori motori d'aereo mai adottati dall'aviazione germanica – perfettamente in linea e la rivoluzionaria ala con profilo a freccia (manco a farlo apposta), resero lo Pfeil uno dei più veloci, se non il più veloce, degli aerei ad elica (esclusi quindi i più recenti turboelica) nonostante le imponenti dimensioni ed il peso non indifferente di 11 tonnellate a pieno carico, con una velocità massima conclamata di oltre 760 km/h, mentre i 3 serbatoi interni, per una capienza complessiva di 2470 litri di combustibile, gli assicuravano un'autonomia di combattimento di oltre 2000 km ed una tangenza operativa di oltre 11.000 metri cosa che gli avrebbe permesso di agguantare senza fatica anche gli inafferrabili B-17 americani e i Lancaster inglesi che volavano regolarmente oltre gli 8.000 metri di quota, altezza che il nostro poteva raggiungere in meno di 15 minuti.

Se a questo aggiungiamo un armamento di bordo costituito da un cannone MK103 da 30mm sparante attraverso il mozzo dell'elica e da due MG151/20 da 20mm (per non parlare della stiva bombe interna con una capacità di 500 kg che unita alla capacità d carico subalare permetteva al Do-335 di trasportare senza fatica 1 tonnellata di bombe) possiamo capire immediatamente come un apparecchio del genere fosse – al pari del Messerschmitt Me-263 Schwalbe – uno spauracchio non da poco per i piloti alleati.

Dal momento che in quanto a tecnologie avanzate i crucchi non si facevano mancare niente, lo Pfeil fu uno dei primissimi aeroplani ad adottare per il pilota un seggiolino eiettabile come quelli usati oggi sugli aviogetti da combattimento.
Per evitare che il pilota – al momento del lancio dall'abitacolo – potesse finire trascinato verso la coda dell'apparecchio (dove, ricordiamolo, c'era una bella elica tripala affettatutto) con tristi e dolorose conseguenze, la coda e l'elica posteriore venivano preventivamente espulse dall'esplosione di apposite cariche, dopodiché il seggiolino veniva catapultato fuori dalla carlinga da potenti bulloni esplosivi.
Questo perché, alla fine, anche i tedeschi erano arrivati a comprendere un concetto fondamentale, che cioè le risorse umane – specie se si tratta di personale altamente qualificato come i piloti da caccia – non crescono sugli alberi e a lungo andare sono insostituibili, mentre le macchine le puoi costruire (o ricostruire) quante volte vuoi (più o meno), da qui l'esigenza di proteggere innanzitutto il pilota e poi la macchina.

Purtroppo (per i tedeschi) anche lo Pfeil arrivò sul teatro di battaglia troppo tardi ed in numeri troppo esigui per fare la differenza, nonostante – assieme al coevo Ta-152 progettato per la Focke Wulfe dal celeberrimo Kurt Tank – fosse stato specificamente progettato per fornire appoggio e copertura al ben più famoso aviogetto della Messerschmitt nel quale il fürher riponeva tutte le sue speranze di vittoria.

Se vogliamo dirla tutta, fu un bene che l'aereo progettato da Claude Dornier non sia mai andato oltre lo stadio di pre-produzione con solo una manciata (una ventina circa) di apparecchi prodotti perché in un episodio – raccontato dall'asso francese Pierre Clostermann che volava sotto le insegne della RAF britannica – un'intera pattuglia di Tempest da lui guidata diede la caccia ad uno Pfeil solitario dopo averlo sorpreso senza scorta e in volo a bassa quota, dove le sue prestazioni non eccellevano.

Eppure lo Pfeil schizzò via, tenendo fede al suo nome, come una freccia, lasciando con un palmo di naso i piloti alleati ed i loro caccia da 700 km/h di velocità massima, mentre subito dopo la guerra uno Pfeil catturato dall'USAAF (la fabbrica della Dornier era caduta in mani alleate nell'Aprile del '45) durante un volo di trasferimento da München a Cherbourg scortato da due North American P-51 Mustang, prese letteralmente il volo arrivando a destinazione con “solo” 45 minuti di scarto rispetto alla scorta.

Gli Pfeil ancora in condizioni di volo vennero trasferiti negli Stati Uniti per essere testati; di lì a poco lo sviluppo ulteriore di aeroplani con propulsione ad elica verrà definitivamente accantonato per cedere il posto alla nuova generazione di apparecchi con motori a getto; degli Pfeil trafugati ne è sopravvissuto solamente uno che è esposto ancora oggi al museo nazionale aerospaziale Udvar-Hazy.


sabato 11 agosto 2012

Caviale, Champagne... e un Ebete!

Notizione fresco di giornata, per la serie: all'imbecillità umana non c'è mai fine specie quando c'è di mezzo l'avidità.

Non c'è altra spiegazione, altrimenti, alla notizia che vede protagonisti due trentenni di Frosinone e l'incauto – chiamiamolo così per amor di patria – direttore di un hotel a cinque stelle in quel di Rimini.

In poche parole, i due cialtroni si sono presentati al direttore dell'albergo (rimasto, chissà perché, rigorosamente segreto) millantando una stretta parentela con il presidente dell'Unione Industriali di Frosinone, hanno così ottenuto, senza colpo ferire, una suite principesca con pensione completa (e che pensione! Caviale, Champagne, Ostriche e femmine, rigorosamente procurate dall'hotel stesso) e una limo, con tanto di autista, per scorrazzarli in un tour by night della città... e questa allegra storiella è andata avanti per la bellezza di – udite udite – 20 giorni prima che il coglione... pardon... il direttore dell'hotel cominciasse a subodorare qualcosa che non andava.

Contattata la banca emittente delle carte di credito, che i due ciarlatani hanno consegnato il giorno del loro arrivo alla reception a garanzia, ha così saputo (non so come, alla faccia della privacy) che i due cialtroni erano appunto due maramaldi in cerca di facile svago e che le carte di credito presentate a garanzia erano due cazzo di prepagate con un plafond massimo di 1000 euro.

Peccato però che i due imbroglioni di euro sul loro conto spese, ne avessero già accumulati 60.000 (si, avete capito bene: leggonsi Sessanta Mila Euro); al che il direttore turlupinato è corso ai ripari ricorrendo alle forze del (dis)ordine che hanno denunciato per millantato credito, truffa e insolvenza fraudolenta i due bellimbusti.

Mi si dice che il direttore sia stato trasferito ad altro incarico (a dirigere un agriturismo della compagnia madre, sembra) mentre i due cialtroni sono tranquillamente a piede libero, visto che – alla fin fine – non hanno ammazzato nessuno ma solo approfittato della credulità – alimentata da avidità insaziabile che è idolatria, direbbero i preti – di quel coglione del direttore.

Per quanto mi riguarda, io lo avrei cacciato a pedate, perché solo un emerito imbecille, di fronte a due tizi mai coperti prima e privi della benché minima credenziale o garanzia può farsi prendere per il culo in questo modo.

Ma si sa che viviamo in un mondo dove l'apparire conta molto più dell'essere, per cui è bastato che due bellimbusti bellocci e palestrati (e se tanto mi da tanto, con una spocchia da qui a lì) si presentassero proferendo una cazzata micidiale per essere creduti all'istante, questo nonostante i documenti presentati (e quindi le generalità dei due) non avessero alcuna attinenza con il nome del patrono millantato.

Ma si sa che dopo un ventennio di becero berlusconismo basta far vedere di essere qualcuno perché la stragrande maggioranza degli idioti che sembrano infestare questo Paese ci caschino con tutte le scarpe, altrimenti non si spiega una cosa del genere, anzi: se fosse capitato a me (e vi assicuro che col lavoro che faccio adesso, di cialtroni che millantano conoscenze altolocate per ottenere servizi che altrimenti non potrebbero mai essergli erogati, me ne capitano a dozzine ogni santo mese) questi due imbelli starebbero ancora correndo con i gargamella... *ahem!* … i carabinieri alle calcagna.

Ma si sa che c'è gente che – di fronte alla prospettiva di incassare una vagonata di soldi – è capace di chiudere occhi, orecchi e soprattutto, di spegnere il cervello... quello che vorrei sapere adesso è come pensano di recuperare questi soldi i proprietari della stamberga, dal momento che i due sfaccendati, una volta davanti al giudice, come minimo risulteranno nullatenenti e magari pure disoccupati.
Ma soprattutto le allegre donnine con le quali sembra che i due cialtroni si siano sollazzati durante le loro... bollenti notti riminesi, a chi potranno rivolgersi per vedere soddisfatti i loro crediti?

Ovvero, rigirando la frittata, non dovrebbe ora la Polizia prima e la magistratura poi aprire un'indagine per verificare le ipotesi di reato di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione?

La domanda è tutto, fuorché peregrina, visto che il cronista sul TG3 ha candidamente affermato che è stato proprio l'albergo a procurare quella che veniva definita compagnia femminile ai due balordi... e questo come lo chiamate a casa vostra?

mercoledì 8 agosto 2012

...E 'sticazzi, diceva una volta uno...


Dicono che certe cose non dovrebbero essere affidate al web, che qualcuno potrebbe leggerle e ricollegare i fatti e poi chissà che succede...

MAGARI FOSSE, mi piacerebbe che chi dico io leggesse queste parole e si facesse – se ha ancora un briciolo di cervello – un bell'esame di coscienza ed un bel dietrofront rispetto ad un atteggiamento che comincia seriamente a configurarsi come mobbing verso il sottoscritto, cosa vieppiù ingiustificata a fronte del bucio de culo che sto facendo da che ho (ri)preso servizio presso la PP.AA. Romana.

Voglio dire, qui l'unica parte lesa, fino ad indimostrabile prova contraria sono solo io!

Abbiamo cominciato subito male, il primo giorno di lavoro, quando – dopo essermi stato formalmente promesso un contratto di un anno questo è stato progressivamente ridotto a undici mesi, divenuti poi – al momento della firma – otto con un probabile rinnovo fino a fine anno, tutto questo a fronte di vere e proprie porcate – diciamo pure illeciti amministrativi – che hanno visto gente in scadenza di contratto che, nonostante avesse già avuto il fatidico rinnovo nell'ambito del triennio, ne ha avuto un altro nientemeno che di un anno in barba a tutte le normative vigenti.

Che poi voglio dire: che ci fa uno con un trimestre di prolungamento, a parte superare la soglia di esenzione fiscale e quindi pagarci sopra le tasse l'anno prossimo?
A casa mia questa si chiama presa per il culo, ma come se questo non fosse già abbastanza, si vocifera di ulteriori tagli al personale anche in quegli enti nei quali invece si è già sotto organico costringendo il poco personale a disposizione (uno a caso?) a fare turni massacranti mentre in altri reparti ci sono dozzine di persone che si grattano bellamente i coglioni dalla mattina alla sera perché non hanno un cazzo da fare.

Ma si sa che anche nell'amministrazione dello Stato (e del parastato) ci sono figli, figliastri e figli di puttana tra i quali a questo punto mi annovero.

In questo bel panorama, si inserisce, da qualche mese a questa parte, una vera e propria campagna di diffamazione nei miei confronti da parte di chi, invece, dovrebbe baciare la terra dove cammino per quello che faccio, ho fatto e probabilmente farò fino a quando non mi manderanno via.

Come si fa a stare sereni quando un giorno si e l'altro pure arriva il tuo capo, guarda un po' una donna, tanto perché stanno sempre tutti a piagne sulla disoccupazione femminile e sul fatto che le donne – poverine – sono discriminate e non fanno carriera; peccato che – in qualunque posto dove abbia mai lavorato, sia nel privato che nel pubblico – fossero sempre e solo loro a fare la parte del leone.

Uomini pochi, sfruttati e maltrattati, donne in stragrande maggioranza e tutte ad occupare posizioni di comando anche – anzi, soprattutto – quando dimostravano di non capire un cazzo, ma prontissime a comandare a bacchetta e a fare disastri inenarrabili, tanto, alla fine, indovinato un po' chi era l'ortolano nel deretano del quale finiva immancabilmente il proverbiale cetriolo?

Mi dispiace dirlo ma a questo punto sono costretto a dire che anche questo caso non fa eccezione: il mio capo sarà pure dottoressa, avrà anche un'esperienza decennale come capo reparto ma questo evidentemente era prima che assumesse il comando dell'attuale.

E non sono io a dirlo ma tutti i vecchi, cioè quelli che in questo lavoro ci sono nati e cresciuti fino ad arrivarci quasi alla pensione.

La signora arriva, spara due cazzate, spariglia equilibri e ritmi lavorativi per... perché cosa? Per dimostrare che è lei che comanda?
Lo dimostrasse in qualche altra maniera, meno perniciosa magari, oppure – meglio ancora – se ne stesse serena e tranquilla a fare quello che le riesce meglio (andare al bar con le amichette e intavolare summit inutili e dannosi nel suo ufficio a disquisire del sesso degli angeli per ore di fila).

Invece sono settimane che non perde occasione per scendere da basso, dove si trova chi sgobba sul serio e non ha nessuna possibilità d'imboscarsi come fanno invece ai piani alti, gettare un'occhiata in giro, sparare due cazzate ribadendo cose platealmente evidenti e dare il suo illuminato parere tanto per gettare ulteriore scompiglio in una situazione che è già sull'orlo del disastro.

Alla fine non resta che fare una cosa ed una sola: lasciarla parlare, piegarsi rispettosamente a pi greco mezzi dopodiché, non appena volta le spalle e torna nel suo regno incantato si procede esattamente come prima fottendosene di tutto e tutti.
Perché se dovessimo darle davvero ascolto – cosa che abbiamo (ingenuamente) fatto in più occasioni nei mesi scorsi con i brillanti risultati che vi lascio immaginare – tutto il servizio andrebbe bellamente a puttane!

Purtroppo, come se questo già non bastasse, qualcuno (uno a caso, come sempre) si deve pure sorbire battutine e domande oziose e tendenziose del tipo: che stai facendo? Dove stai andando? Chi ti ha detto di fare/dire/promettere/baciare/lettera e testamento?

Vado a fare quello che non fate né tu né gli altri fancazzisti di lungo corso che ti ronzano intorno, vado dove tu e gli altri “pezzi grossi” NON OSATE andare, cioè in pasto ad un pubblico sempre più ignorante, becero e belligerante e in quanto a chi mi ha detto di farlo, me l'ha detto una cosa che si chiama senso del dovere concetto assolutamente sconosciuto nella stragrande maggioranza dei dipendenti di questa parrocchia, il tutto – a conti fatti – ad assoluto discapito del mio stesso interesse visto che non mi paga nessuno gli straordinari (anzi, mi cagano anche il cazzo perché faccio più ore del dovuto), che non ho diritto a gratifiche e premi e che il mio contratto prevede espressamente il lavoro da terminalista non da manovale a tirar su scatoloni pesanti come pietre, mansione che invece svolgo solo saltuariamente praticamente da settimane, visto che se non ci fosse un certo stronzo (uno a caso, sempre...) a sgobbare davanti a quella cazzo di bollatrice, a quest'ora avremmo già avuto una bella visita dei carabinieri per interruzione di pubblico servizio e una valanga di ricorsi e carte bollate da parte dei legali rappresentanti delle aziende di mezza Roma.

Vado a lavorare come un deportato di Mathausen, chiuso in un deposito stracolmo di morchia, a premere un fottuto pedale tutto il santo giorno, salvo correre da uno sportello all'altro a dare manforte quando la marea avanza ovvero a sostituire i colleghi che – loro si, invece – hanno tutti i sacrosanti diritti di andarsene a spasso, a fumare, a far colazione, a fare, insomma, quel cazzo che più gli pare.

E io, a parte tornare a casa sfatto e dolorante (provateci voi a stare 5 ore su 7 in piedi ad azionare una macchina, poi mi dite) e rovinarmi la salute, a cosa ho diritto io?
A crepare per un posto di lavoro che è pure a tempo determinato?

L'unica consolazione ce l'ho dalla stima e dal supporto dei colleghi che contano, quelli cioè che sono universalmente riconosciuti come i grandi vecchi del servizio, che invece sembrano essere gli unici a considerarmi come uno di loro anche a dispetto delle belle uscite del boss.

Se oggi, infatti, non ho dovuto subire, per l'ennesima volta, le contumelie del capo è stato grazie a loro, che – me assente, ovviamente, non sia mai! - dopo l'ennesimo, sgradevole episodio accaduto l'altro giorno davanti a tutti i colleghi e soprattutto davanti al pubblico – le hanno detto chiaro e tondo di smetterla di rompere i coglioni al sottoscritto, che ha ormai cagato fuori del vasetto e tirato troppo la corda ricordandole che se disgraziatamente il sottoscritto dovesse veramente dare di matto o più semplicemente decidere di tirare i remi in barca e 'sticazzi del servizio, allora si che qualcuno potrebbe avere qualcosa da ridire sul modo in cui viene diretto il reparto, visto che lo stronzo qui presente sta di fatto tenendo in piedi due servizi in contemporanea saltando da un cazzo all'altro tutti i santi giorni che ha fatto Dio e – nonostante tutto – riuscendo ad erogare comunque le prestazioni richieste.

A questo punto deve averla capita anche lei, perché sono due giorni che non si fa vedere... speriamo solo che la tregua duri.